Una romantica storia di guerra

Lei chiamava lui “boss”, capo, e lui chiamava lei “irish”, irlandese. Forse erano amanti o forse no. Sicuramente erano molto intimi e con ogni probabilità innamorati.
Lui era Dwight David Eisenhower, detto Ike, Capo del Comando Supremo delle Forze Alleate in Europa (SHAEF), nei ultimi anni del secondo conflitto mondiale.
Lei si chiamava Kathleen Helen MacCarthy-Morrogh, ma tutti la chiamavano Kay. Anche se divorziata, aveva voluto mantenere il cognome dell’ex marito, Gordon Summersby, sposato nel 1936.
L’amore tra Ike e Kay, tra il Generale che vinse la guerra nella martoriata Europa occidentale e la donna che gli fu costantemente accanto, per oltre tre anni, come autista, segretaria e aiutante personale, è sempre stato oggetto di dibattito tra gli storici. Ma il Generale Omar Bradley, compagno di Corso di Eisenhower all’Accademia Militare di West Point e suo sottoposto in quegli anni, si espresse dicendo: ”Tra loro ci fu di certo un’intima relazione”. Una relazione che, molto probabilmente, ha avuto un’importanza determinante nell’esito della Seconda Guerra Mondiale. Sembra infatti che il Vice Capo di Stato Maggiore di Eisenhower, Everett Hughes, abbia, un giorno, duramente ripreso quelli dello SHAEF che spettegolavano sulla vicenda: “Lasciate stare Kay, sta aiutando Ike a vincere la guerra!”.
Katkleen era nata il 23 novembre 1908 in Irlanda, a Ballydehob, nella contea di Cork. La sua adolescenza era stata quella tipica di una giovane anglo-irlandese, di buona famiglia, agli inizi del ‘900. Educata rigidamente nella forma, aveva goduto, nella sostanza, di molta libertà e spensieratezza. Non le mancarono eccitanti gite in barca a vela, battute di caccia, feste da ballo e divertenti cavalcate. Un’infanzia assai diversa da quella toccata ad Ike, di 18 anni più anziano, terzo di sette figli, nato in Texas nel 1890, in quell’America rurale, duramente colpita dalla grande depressione. Un’infanzia così diversa che, in chiusura delle sue lunghe giornate di comandante supremo, amava farsi raccontare da Kay una delle sue “storie irlandesi”, come lui le chiamava.
Lo scoppio della guerra, trovò la donna a Londra, dove era arrivata, qualche anno prima, in cerca di fortuna e di indipendenza, con alle spalle un matrimonio fallito. Era bella ed elegante, con folti riccioli scuri ed un viso dai lineamenti marcati e accentuati, con civetteria, dal trucco ben curato. Lavorava nella capitale britannica come modella e, a tempo perso, si dedicava alla fotografia, hobby che amava particolarmente. Era anche una patriota. Quando la Gran Bretagna, il 3 settembre 1939, dichiarò guerra alla Germania di Hitler, subito si arruolò nel Servizio Automobilistico dell’esercito, anche perché, come scrisse poi, “non volevo passare la guerra stando in sella in posizione corretta e versando il te con proprietà”.
Venne destinata alla guida di un’ambulanza, in una Londra colpita dai bombardamenti notturni della Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Era particolarmente brava nel suo lavoro. Non perdeva mai la sua calma, trasportando comunque freneticamente in ospedale, nel buio dell’oscuramento e nel fumo degli incendi, notte dopo notte, i tantissimi feriti. Quando l’intensità delle incursioni aeree tedesche su Londra si placò e gli Stati Uniti entrano in guerra contro la Germania, l’Italia ed il Giappone, Kay venne chiamata a far parte di un gruppo di ausiliarie, destinate alla guida delle auto di servizio di alti ufficiali americani. Uno di questi era proprio Dwight Eisenhower che, pupillo di George Marshall, Capo di Stato Maggiore dell’esercito Usa (lo stesso che nel dopoguerra, da Segretario di Stato, lancerà l’omonimo “piano di aiuti economici all’Europa), aveva già dato prova di ottime capacità organizzative ed era avviato ad una brillante carriera. L’incontro tra il cinquantaduenne generale e la trentaquattrenne ausiliaria, che per fatale burocrazia gli fu assegnata come autista, avvenne nel maggio del 1942 e fu, a dir poco, folgorante.
Trascorsi solo dieci giorni, Ike fu convocato a Washington e, prima di partire, donò a Key una scatola di cioccolatini, un regalo di lusso, in un momento in cui tutto veniva controllato e razionato.
Quando, dopo due settimane, il generale rientrò, alla guida della sua auto non trovò più Kay. Era stata assegnata a un altro ufficiale. Adirato, Ike fece valere il suo grado e Kay, finalmente, riprese il suo posto, al volante e nella vita dell’uomo. Per festeggiare l’avvenimento, un altro regalo “speciale”, un cesto di frutta. Cominciò così una storia che durerà tre anni. A dare una mano alla relazione ci pensò anche il destino. Il fidanzato di Kay, giovane Ufficiale americano, morì in Nord Africa.
Tutti allo SHAEF avevano intuito che nella vita del Comandante era entrata una donna. Ma ne esisteva già un’altra! Era sposato dal 1916 ed aveva due figli. Uno morto in tenera età e l’altro Ufficiale dell’esercito. La moglie si chiamava Mamie Geneva ed aveva quarantasette anni. Eisenhower, per tutta la durata della guerra, la vide in una sola circostanza, per una licenza di due settimane nel gennaio 1944. Lui aveva, però, la testa altrove e la signora, che godeva di indiscrete fonti di informazione, sapeva benissimo dove. Del resto, Ike e Kay erano inseparabili. Allorchè il Generale lasciò la propria residenza ufficiale al “Dorchester Hotel” e trovò una casa dove potersi rilassare, almeno la sera, Kay aveva una stanza tutta per sè. La villetta era a Kingston Upon Thames e si chiamava Telegraph Cottage. Nel novembre 1942, per il compleanno, lei gli regalò un terrier scozzese. Il cagnolino venne chiamato “Telek”, un nome che racchiudeva in sé le due cose che più lo rendevano felice, la casa e la donna che la divideva con lui (e con altri due Aiutanti di Campo, di cui è facile immaginare la discrezione e l’imbarazzo).
Ogni sera, dopo il lavoro (non da poco, se si pensa all’organizzazione per lo sbarco in Normandia e la conseguente avanzata verso la Germania), Kay gli preparava il solito whisky con ghiaccio, chiacchierando, se lui ne ha voglia, oppure tacendo, se Ike preferiva rilassarsi, leggendo i suoi romanzi western; ogni tanto giocavano a bridge.
Quando nel marzo del 1945 Eisenhower, che per lo stress fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, venne “obbligato” dai suoi collaboratori e, soprattutto, dal Presidente in persona a prendersi qualche giorno di vacanza a Cannes, Kay lo accompagnò. Esiste, infatti, una foto che li ritrae insieme: lui, in pantaloni corti, accoccolato in una sdraio con in mano un bicchiere di vino, lei, in prendisole, seduta per terra ai piedi dell’uomo. Infrangendo ogni etichetta, Ike portò con sè Kay anche in Nord Africa, durante la fase finale della campagna di Tunisia. E lì venne presentata al Presidente degli Stati Uniti, Franklyn Delano Roosevelt, che la chiamò “bimba” e dalla quale si fece raccontare le sensazioni provate nel guidare l’ambulanza, per le strade di Londra, sotto le bombe nemiche. La donna conobbe anche il Premier britannico Winston Churchill che, da uomo di mondo qual era, senza scomporsi e prendendola in disparte, le sussurrò: “Abbia cura del nostro Generale!”. Londra e Washington, quindi, diedero la loro benedizione a quella relazione. Del resto, se la compagnia di quella donna poteva aiutare quell’uomo a sopportare il peso della responsabilità della vita di milioni di suoi simili, ottima cosa!
Kay passò da autista a segretaria personale e, in pochissimo tempo divenne il suo Aiutante di Campo. Ottenne la cittadinanza americana, divenne Ufficiale delle WAAC (Women’s Army Auxiliary Corps), il Corpo Ausiliario dell’Esercito degli Stati Uniti, finendo la guerra come Capitano. Fu decorata con la “Stella di Bronzo” americana e la “Medaglia Imperiale Britannica”. Frequentò il “numero 10” di Downing Street, la residenza ufficiale del Premier britannico perché, disse Eisenhower a Churchill: “Non abbiamo segreti per Kay”. Il suo viso comparve, in secondo piano, sopra la spalla di Walter Bedell Smith, Capo di Stato Maggiore di Ike, nella foto che ritraeva i Comandanti Alleati, sorridenti al momento della resa tedesca nel maggio 1945, mentre il “boss” mostrava, al mondo intero, le penne usate per la firma del documento di resa. Ma nella foto ufficiale, quella distribuita alla stampa dal Pentagono, il particolare verrà cancellato, con un ritocco molto grossolano.
La guerra non era l’unica cosa che stava finendo. Nel novembre 1945 stava finendo anche la loro relazione. Ike tagliò ogni legame, con una gelida lettera dattiloscritta. Secondo il biografo di Eisenhower, Jean Edward Smith, “perfino il Generale Patton, famoso per la sua rudezza, sarebbe stato più affettuoso con il suo cavallo”.
C’era stato, però, un episodio che emerse molti anni dopo, per delle indiscrezioni di Harry Truman, il Presidente subentrato alla Casa Bianca dopo la morte di Roosevelt, nell’aprile 1945 e poi confermato per un secondo mandato. Con certezza Eisenhower aveva scritto a George Marshall, chiedendo l’autorizzazione a divorziare da Mamie, forse per poter sposare Kay, anche se la lettera, andata persa, pare non ne facesse cenno. Marshall, comunque, negò il permesso. Gli rispose che un divorzio avrebbe comportato le sue dimissioni dall’esercito e che anche il ritorno negli Stati Uniti sarebbe stato per lui problematico. Come accennato in precedenza, l’allora Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, un uomo rigido come pochi, che nessuno aveva mai visto sorridere, nutriva per il suo protetto grandi progetti che, in effetti, nell’America puritana degli anni ’50, con un divorzio sarebbero andati in fumo. Eisenhower diventò quindi Presidente degli Stati Uniti, dal 1953 al 1961, succedendo proprio a Truman.
Ma questo amore tra Ike e Kay, ci fu veramente? Ike, nel suo libro di memorie belliche “Crociata in Europa”, si limitò a nominare Kay di sfuggita, in un elenco di tutti i suoi di Aiutanti di Campo. Del resto, anche lei che scrisse un libro, subito dopo la guerra, dal titolo “Eisenhower was my boss” (Eisenhower fu il mio capo) e che divenne immediatamente un best seller, si limitò a descrivere la vita del proprio Comandante Supremo durante la guerra, una vita vista da un punto di osservazione assai privilegiato, senza fare alcun cenno alla loro relazione. Kay e Ike non si rividero più, fino alla morte di lui nel 1969. Vi fu solo un breve incontro, di sfuggita, alla Columbia University nel 1950, cercato e organizzato da lei e che il Generale troncò immediatamente.
Kay, ormai cittadina americana, aveva lasciato l’esercito, si era stabilita negli USA e aveva sposato un agente di cambio di Wall Street. Anche questo matrimonio ebbe però vita breve. Nel gennaio 1975, ormai morente per un cancro al polmone, dettò dal letto di morte alla scrittrice Barbara Wyden una nuova autobiografia, “Past forgetting” (Dimenticando il passato), in cui raccontò la sua verità, tenuta nascosta per anni, nel rispetto del suo Ike. L’amore c’era stato, contornato di momenti appassionati, anche se non fu mai consumato. Lui era troppo stressato, non riusciva ad avere un rapporto sessuale accettabile. Così solo baci rubati, piedino sotto il tavolo nelle riunioni ufficiali, sfioramenti colpevoli e fugaci, ma niente di più.
Proprio questi dettagli, così imbarazzanti, renderebbero veritiere le dichiarazioni di Kay, secondo i suoi sostenitori. Che senso avrebbe avuto, si chiese ad esempio Mac Manus, autore della biografia romanzata “Ike and Kay”, ammettere simili non esaltanti particolari intimi, se non fossero veri? Molti storici e anche alcuni membri dello SHAEF hanno però, negli anni, continuato a negare la relazione. Il figlio del Generale, John, lui stesso uno storico, disse che Kay era “la Mary Tyler Moore del Quartier Generale”, paragonandola alla protagonista della popolare serie TV, una donna single, indipendente e anticonformista. “Era vivace e graziosa. Se abbia avuto mire sul Vecchio e quanto lui ci sia cascato, questo proprio non lo so”. L’amico e Compagno di Corso, il Generale Bradley, citato all’inizio, fu sempre convinto che la versione della storia contenuta nel best seller di Kay fosse vera. Il libro si chiude infatti con queste parole: “Eravamo due persone coinvolte in un cataclisma. Due persone che divisero una delle esperienze più tremende del nostro tempo. Due persone che si diedero l’un l’altra conforto, risate e amore”.
Kathleen Helen MacCarthy-Morrogh Summersby , detta Kay, morì il 20 gennaio 1975, a 66 anni. Le sue ceneri furono sparse dal fratello Seamus sulla tomba di famiglia, in Irlanda, vicino alla chiesa parrocchiale di “Rath and the Island”, nel Cork occidentale, su quell’Oceano che guarda l’America.

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