La Giuditta di Caravaggio

150 milioni di euro. Questo il valore della controversa opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio acquistata nella scorsa primavera, ad un prezzo stabilito da una trattativa privata, da un anonimo acquirente. Un lavoro discusso ed enigmatico che dipinge la sofferenza perché lo permea fissandone l’acme emotivo.
In “Giuditta e Oloferne” c’è un elemento che va oltre il terrore nello sguardo della donna, nelle grinze delle sopracciglia, nella leggera divaricazione delle narici, come in un complesso preparatorio al pianto: è l’avvenire, la mancata conoscenza della sua sorte futura, forse anticipata dallo sguardo dell’uomo che le promette vendetta, come in un colloquio con il proprio Karma.
La donna al suo fianco è invece la truce matrice del peccato, l’empia risolutezza adrenalinica conseguente ad un’uccisione.
Tre età della vita: l’ingenuità giovanile di Giuditta, l’accettazione silente di Oloferne di quella che è la nostra natura, la nostra età adulta, l’incitamento lungimirante della Vecchia e l’esodo successivo all’ultimo spasimo.
La storia di Giuditta e Oloferne risale alla tradizione biblica cristiana; Nabucodonosor, re di Babilonia, affidò il proprio esercito al generale Oloferne, con il compito di sconfiggere il popolo d’Israele, invincibile perché avallato dalla benevolenza divina.
Forte del monito, Oloferne mise in atto l’avanzata che per 34 giorni pose in assedio gli isreaeliti, determinando la resa dei Capi anziani, ma Giuditta, vedova ricca e intraprendente, ordì un espediente per portare in salvo la sua gente.
Fu condotta nell’accampamento di Oloferne, che, colpito dalla bellezza della donna se ne invaghì, e persuaso dalle ragioni della donna che confessò un falso tradimento al suo Dio per mano del suo popolo, permise che ella sedesse al suo fianco durante i banchetti, per poi trovarsi decapitato dalla stessa. Un atto infausto, contrapposto alla salvezza di un popolo e la glorificazione della sua eroina, una donna infervorata dall’amore per la patria.
Il racconto non annovera né vinti né vincitori morali, enfatizza la figura femminile dell’eroina, che diventerà nel corso della storia soggetto di emancipazione e risolutezza.
Il significato profondo che Caravaggio attribuisce a Giuditta non è conforme alle rappresentazioni delle donne in altri modelli: ella trasuda di un temperamento turbinoso, come conviene ad un empio condottiero. Viene affidato alla donna non più il ruolo di procreatrice, congenita del tempo, bensì quello di guida, dall’importante potere decisionale, e quindi, quasi come un lascito, Caravaggio ci preannuncia l’emancipazione, la forza risoluta che adorna ogni donna, e la completa.

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