Pino Aprile racconta “La fine dell’uomo sapiens” nell’era dell’incoscienza artificiale

Ho conosciuto Pino Aprile nel 2010, solo pochi giorni prima che venisse pubblicato Terroni “rilettura non fiabesca dell’Unità d’Italia e della Questione meridionale”, centinaia di ristampe, decine di premi e ancora oggi tra i titoli più venduti. Eppure, Pino Aprile aveva già girato il mondo e incontrato i grandi del Novecento. Per dire: aveva intervistato in carcere Alì Agca, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II; era stato l’unico a realizzare un reportage nell’allora impenetrabile Albania di Enver Hoxha; ancora il solo ad aver intervistato Ceaușescu dopo la rivoluzione rumena; e poi, nella giungla cambogiana, aveva raggiunto i khmer rossi quando non si sapeva più se fossero stati sterminati oppure no. Con Sergio Zavoli per la Rai aveva collaborato all’inchiesta “Viaggio nel Sud” e aveva diretto o condiretto i settimanali “Oggi” e “Gente”. Io invece lo scoprivo allora, in ritardo, ma recuperai tutto il recuperabile: libri, articoli e interventi.
Capirete bene, quindi, che parliamo di uno dei miei più solidi riferimenti e che adesso, guarda un po’, se ne esce con un nuovo testo, scritto con la passione civile di sempre ma con una delicatezza nuova. Si tratta di “La fine dell’uomo sapiens”, che si apre con una imperdibile e straordinaria intervista al Premio Nobel Konrad Lorenz, raccolta nell’ormai distante 1981. Un dialogo iniziale lontano dagli accademismi e riproposto quale sosta necessaria per riflettere sul cammino della nostra specie, quasi un viaggio antropologico sospeso tra l’inquietudine per un progresso che rischia di seccare le nostre radici, e il profondo rispetto per la condizione umana.
Un testo che si pone in perfetta e coerente continuità con la strada tracciata dai suoi due storici manifesti della dissacrazione: L’elogio dell’imbecille (a lungo bestseller in Spagna) e L’elogio dell’errore. Se in quelle opere Aprile analizzava le stravaganze dell’intelligenza umana, la necessità dell’imperfezione e l’ironico paradosso per cui “gli intelligenti hanno fatto il mondo e gli stupidi ci vivono alla grande”, in questo nuovo capitolo completa e aggiorna quelle riflessioni alla luce della spaventosa e rapidissima evoluzione dell’informatica moderna. Con la sua consueta e sferzante ironia, risoluto a metterci di fronte al destino biologico di una specie illusa dall’aver creato un’intelligenza artificiale che in fondo non è altro che spietata incoscienza artificiale, lo scrittore allarga l’orizzonte e ci lancia una sfida totale. Ci avverte che la corsa verso l’estinzione non è mica un film di fantascienza, ma la cronaca quotidiana di un suicidio assistito dalla tecnologia.
In questa complessa cornice sociologica e filosofica trova spazio anche un ricordo limpido di Domenico De Masi, l’indimenticato sociologo che con Aprile condivideva la stessa urgenza nel decifrare il tempo presente e i rischi della civiltà tecnologica. Questa mutazione epocale, del resto, inquieta ed evoca in modo quasi spettrale il celebre paradosso filosofico della Nave di Teseo. Ci costringe a chiederci se un essere umano, una volta sostituite tutte le sue parti biologiche, i suoi organi e persino le sue connessioni neurali con componenti artificiali, rimanga profondamente sé stesso o si trasformi in qualcosa di alieno, una macchina straniera alla sua stessa natura.
Invece di perdersi appresso a facili catastrofismi o a utopie ingenue, Pino Aprile si mette con rispettosa ostinazione alla ricerca di Lu, la sigla concettuale che identifica il Limite ultimo, quel confine sacro oltre il quale l’efficienza tecnologica cessa di essere un aiuto, di essere progresso, e si trasforma in una sottile prigione dell’esistenza. La prosa dell’autore mantiene quella freschezza divulgativa che abbiamo imparato ad amare, un incedere che cattura il lettore ponendo le domande giuste (scomode) che la politica e l’economia tendono sistematicamente ad eludere.
La fine dell’uomo sapiens è una sveglia data a colpi di martello a una società anestetizzata dal comfort digitale, un monito a difesa della nostra fragilità, un elogio alla nostra capacità di sognare e di ricominciare da capo. Questo splendido viaggio letterario si compie in modo circolare proprio tornando a quella storica intervista del 1981, dove Konrad Lorenz lancia un appello formidabile direttamente ai giovani, dicendo loro di non fidarsi “…non vi dovete fidare, dovete pensare”. Perché pensare, in fin dei conti, è la qualità umana che corrisponde ad “agire in uno spazio immaginario”. L’ultimo baluardo rimasto a salvarci dalla dittatura dell’efficienza.

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