Aldo Diana, un’Artista con la A maiuscola

Aldo Diana pittore, scultore e grafico è nato a San Cipriano d’Aversa (CE).
Ha conseguito il diploma di Maturità Artistica.
Ha tenuto mostre personali in Italia e all’estero ottenendo premi e riconoscimenti di rilievo.
Nel 2000 è stato ricevuto dal Papa Giovanni Paolo II in occasione della donazione della scultura “Maria IVIater et Regina Tertii Millenni” e prima ancora nel 1984, ricevuto anche dal Ministro della Pubblica Istruzione Sen. Franca Falcucci.
Alto conferimento d’Onore nell’anno 2007 in occasione dell’ottava edizione del Premio Salento Porta d’Oriente assegnata dall’università, Dipartimento di scienza dei Materiali.
L’opera “Il Sì di Maria” del 2003 rappresenta l’attuale del percorso artistico-sacro di Diana.
La scultura è la rappresentazione figurativa di un’opera letterario-religiosa, intitolata “La Perla tra le righe” di cui l’artista è illustratore che ha ottenuto l’imprimatur di Mario Milano, Arcivescovo e Vescovo di Aversa.
BIBLIOGRAFIA
Arte Mondadori 1991 – “Arte Sacra nel novecento in Italia” – Collana Ars futura “De Sculptura” Caleidoscopio
2008 – Mondo da Ri-Usare Associazione Ambientalista Europea Roma 2010 “Protagonista dell’Arte del XIX secolo ad oggi” Palermo 2014 a cura di Paolo Levi – “Italiani” selezione d’Arte Contemporanea a cura di Vittorio Sgarbi, Edizione EA Palermo 2016. Selezione Maestri dell’Arte a cura di Loris Maria Pediconi 2025.
L’artista Aldo Diana analizza la concezione della memoria spirituale e la società contemporanea, per indagare, attraverso diverse forme artistiche, il rapporto dell’uomo con il tempo, con la fede e con l’immagine di sé. Nell’opera “Il sì di Maria nel Giubileo della Speranza” lo spazio pittorico si presenta come una superficie intensamente materica e dinamica, attraversata da segni e simboli che richiamano alla tradizione cristiana. Il riferimento al “Sì” di Maria evoca uno dei momenti cardine della religione: l’accettazione di un destino che trascende la volontà individuale per aprirsi a una dimensione più grande, quella del mistero e della speranza. In questo senso, l’opera non si limita a rappresentare un episodio simbolico ma diventa una meditazione visiva sull’anno del consenso. La materia pittorica, con la sua densità e il suo movimento, sembra dunque incarnare il dinamismo stesso della fede: un processo mai statico, fatto di tensioni, di interrogativi e di slanci verso l’invisibile.
Con “Selfie”, invece, il linguaggio cambia radicalmente. Il volto di una donna è rappresentato all’interno di uno spazio dalla forma inconsueta. La scultura cattura l’istante in cui il soggetto rivolge l’obiettivo verso se stesso, in un atto che unisce narcisismo, desiderio di memoria e bisogno di esistere nello sguardo degli altri.
Il bronzo, materiale tradizionalmente legato alla monumentalità e alla permanenza dialoga con l’effimera cultura digitale.
Da un punto di vista filosofico, l’opera sembra interrogare il paradosso dell’identità contemporanea: l’uomo cerca continuamente di fissare la propria immagine, di moltiplicarla e condividerla ma, proprio in questa proliferazione, rischia di smarrire il contatto con la propria interiorità.
È in questo dialogo tra fede e tecnologia, tra speranza e autorappresentazione che l’arte trova il suo compito più autentico: ricordarci che, dietro ad ogni immagine – sacra o quotidiana – continua a pulsare l’irriducibile umano di credere nella fede ma, al tempo stesso, di vivere nella leggerezza dell’estetica.
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