Recensione: “ODISSEO e CALIPSO” di Maurizio Zambardi

In “ODISSEO e CALIPSO”, Maurizio Zambardi compie un’operazione letteraria di grande fascino: spoglia il mito della sua aura monumentale per restituirci la carne, il sangue e, soprattutto, i dubbi dei suoi protagonisti. Se l’Odissea omerica è il poema del movimento e dell’avventura, il romanzo di Zambardi si focalizza sulla stasi, sul tempo sospeso dell’isola di Ogigia, trasformando una sosta forzata in un profondo viaggio interiore.
Il cuore del romanzo risiede nel dialogo, spesso silenzioso, tra due solitudini opposte. Da una parte Calipso, la “nascosta”, divinità bellissima e tragica che incarna il desiderio di possesso e l’illusione di un amore eterno; dall’altra Odisseo, l’eroe stanco che, nonostante le promesse di immortalità, volge lo sguardo all’orizzonte, verso quella Itaca che rappresenta la sua finitezza, la sua identità e il suo destino di uomo.
La scrittura di Zambardi è colta e puntuale, riflettendo la sua formazione di studioso, ma non cade mai nel freddo accademismo. Al contrario, la narrazione è intrisa di una sensibilità poetica che sembra trarre ispirazione dalla bellezza e dalla storia dei luoghi che l’autore ama e tutela, come la graziosa cittadina di San Pietro Infine. C’è una cura quasi archeologica nel riportare alla luce i sentimenti, trattandoli come reperti preziosi da pulire e mostrare al lettore in tutta la loro nitidezza.
Questo romanzo non è solo per gli amanti della cultura classica. È un’opera sulla scelta: cosa spinge un uomo a rifiutare la perfezione divina per tornare alla fatica del vivere quotidiano? Zambardi ci suggerisce che la vera immortalità non risiede nel vivere per sempre, ma nel restare fedeli a sé stessi e ai propri legami.

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