Giornata della Memoria: Riflettete!

Questo è il testo del mio ricordo della Giornata della Memoria, inviato a tutti gli Istituti scolastici che l’hanno richiesto:
“Quello che è accaduto non può essere cancellato, ma possiamo impedire che si ripeta. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.” – Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – 11 aprile 1987). In un periodo in cui, a tutti i livelli d’istruzione, si opera per la formazione di ragazzi proiettati verso un futuro di coscienza sociale, la scuola non poteva non organizzare una giornata dedicata alla conoscenza e all’impegno concreto, affinché il silenzio non cancelli la consapevolezza di ciò che è accaduto. Gli avvenimenti della Shoah (termine ebraico che significa desolazione, catastrofe, disastro) hanno sconvolto le coscienze dell’intero globo e vengono oggi commemorati nella “Giornata della Memoria”. Coinvolgere i giovani non serve solo a condannare la crudeltà del passato, ma anche a dare speranza. Conoscere significa avere gli strumenti per comprendere le responsabilità e le terribili conseguenze generate dall’odio. Conoscere è l’antidoto migliore per non commettere MAI più quei tragici errori. È fondamentale che gli studenti partecipino a queste manifestazioni per rafforzare i valori di libertà, uguaglianza, giustizia sociale, diritto al lavoro e solidarietà. Questi principi sono sanciti nella nostra Costituzione democratica, spesso definita “la più bella del mondo”, e appaiono oggi ancor più validi in questo momento di crisi economica e sociale. Sappiate, cari ragazzi, che queste celebrazioni servono a ricordare che è grazie al sangue versato dai nostri nonni e dai nostri padri se oggi viviamo in uno Stato libero che ha garantito, per oltre ottant’anni, la pace e la speranza di un futuro migliore.
Ripercorrere ogni anno le tracce di quel dolore che apparve in tutta la sua enormità il 27 gennaio 1945, quando si aprirono i cancelli di Auschwitz (Oświęcim), significa rendere un commosso tributo alle vittime, ma anche ribadire che ciò che è stato non si può ignorare. Auschwitz è oggi un monumento contro l’orrore nazista e una testimonianza di quali sciagure sia capace l’uomo quando abbandona la solidarietà per l’odio.
I primi deportati arrivarono già nel 1940. Giunti a destinazione, sotto gli occhi del personale medico delle SS (Schutzstaffel), avveniva la prima tragica selezione: mediamente solo il 25% era dichiarato abile al lavoro; il restante 75% (donne, bambini, anziani) era automaticamente condannato a morte.
Nelle camere a gas agivano i cosiddetti “corvi neri del crematorio”: i Sonderkommando, unità speciali di prigionieri costretti a collaborare con le SS. Le loro testimonianze, come quelle di Shlomo Venezia o i diari ritrovati di Marcel Nadjari, hanno permesso di ricostruire l’orrore. Nadjari seppellì i suoi appunti nel 1944; sono stati decifrati solo nel 2017 grazie alle nuove tecnologie, rivelando dettagli strazianti sulle procedure di sterminio.
I pochi dichiarati abili al lavoro venivano privati di ogni identità, rasati e marchiati con un numero tatuato sull’avambraccio. Erano costretti a lavorare fino allo stremo per ditte come la Siemens o la I.G. Farben (produttrice dello Zyklon B). Un deportato, in quelle condizioni di sottonutrizione e violenza, resisteva in media solo sei mesi.
Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa liberò il campo, trovando circa 7.000 superstiti. Per loro iniziava una nuova esistenza, spesso segnata dal “senso di colpa del sopravvissuto”, come spiegò Primo Levi ne I sommersi e i salvati: “Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti”.
Il 27 gennaio 2007 ebbi l’onore di incontrare la Signora Alberta Levi Temin (1919–2016), che mi descrisse i suoi ricordi con estremo garbo:
“Voglio iniziare ricordando le leggi razziali del 1938. Mi proibirono di andare all’università. A Ferrara, dove vivevo, i bambini ebrei potevano dare gli esami nelle scuole pubbliche, ma dovevano entrare e uscire mezz’ora dopo gli altri per evitare contatti. Sui muri apparvero scritte terribili: ‘Non sono desiderati né gli zingari né i cani né gli ebrei’. Capite? Venivamo dopo i cani.”
Alberta raccontò la fuga a Roma dopo l’8 settembre 1943 e il drammatico rastrellamento del 16 ottobre. Lei riuscì a salvarsi per un soffio, restando immobile su un balcone mentre le SS portavano via la sua famiglia:
“Ero diventata come una statua di sale, prigioniera della paura. Sentii l’urlo di mia zia e poi il silenzio. Mio cugino di 16 anni, mentre veniva portato via, ebbe il pensiero di lasciarmi le chiavi di casa e pochi soldi nascosti sotto i miei vestiti. Mia madre e mia sorella furono tra i 1.023 ebrei romani spediti ad Auschwitz.”
Ragazzi, è evidente l’importanza di conoscere la storia. Quanto accaduto può verificarsi ancora se abbassiamo la guardia. Poniamo le nostre speranze in voi: siate custodi della libertà. Difendetela senza “se” e senza “ma”.
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