QUANDO CORAGGIO, FORZA, ASTUZIA SI INCONTRANO E FONDONO IN UN UNICO ESSERE “DONNA…” E NE FANNO “PROTAGONISTA” DELLA RESISTENZA

Il mese di settembre scivola via con i giorni che si prestano alle ultime vampate di calore ed afa di un’estate rovente, da bollino rosso; ma è anche il mese che conserva in sé ricordi di lacrime e sangue. Mi riferisco, ovviamente, a quanto avvenne dopo l’8 settembre 1943: i giorni dell’armistizio. “L’8 settembre rappresenta una delle date più decisive della storia italiana. Quel giorno, il Governo del Maresciallo Pietro Badoglio, che aveva sostituito Mussolini dopo il suo arresto il 25 luglio, annunciò via radio l’armistizio con gli alleati. La notizia fu accolta con un misto di sollievo e confusione: il Re e Badoglio fuggirono a Brindisi, abbandonando Roma e lasciando l’esercito senza ordini. In pochi giorni, lo Stato italiano cessò praticamente di funzionare” (Antonella Colonna Vilasi – vol.19 collana “Studi di Intelligence”). A questo punto i soldati italiani si trovarono di fronte ad un bivio, o continuare a combattere al fianco dei tedeschi, o fuggire e darsi alla macchia, organizzarsi in “gruppi di Resistenza”.
Ed è a questo punto che si inserisce la “figura femminile”. Per molte di esse la scelta di unirsi a questi gruppi fu strettamente legata alle vicende che avevano travolto le famiglie, là dove gli uomini erano stati arrestati, deportati o avevano scelto la clandestinità, si erano trovate, di punto in bianco in una condizione in cui la neutralità era impossibile… per cui erano scese in campo per proteggere quel che rimaneva della propria famiglia anche se ciò significava confrontarsi con le azioni repressive del regime e con quelle dei tedeschi. Ma ciò che complicò ulteriormente lo stato delle cose fu da una parte la costituzione di nuclei (Sezioni Ausiliarie Femminile) le SAF, istituite dalla RSI (Repubblica Sociale Italiana – R. di Salò), e le donne Partigiane, sovente coesistenti nella stessa famiglia.
Il ruolo che le donne partigiane si trovarono a ricoprire più di frequente fu quello di “staffette”. Si trattava di donne, spesso in tenera età, che fungevano da corriere tra le diverse cellule partigiane. Portavano messaggi, armi, denaro, medicine, documenti falsi e materiale di propaganda. A mio avviso il termine Staffetta è riduttivo, in realtà erano agenti attive di una rete che dipendeva dalla loro intelligenza, dal loro coraggio e dalla loro capacità di improvvisare di fronte al pericolo e con la consapevolezza che il tutto poteva mettere a rischio la loro vita, se scoperte. Molto ingegnose erano le tecniche di occultamento per il trasporto. I documenti venivano cuciti nelle fodere degli abiti o nascosti tra i capelli o in doppi fondi di borse e valigie. Le armi smontate, venivano nascoste in vani segreti di biciclette, bambole cave o pacchi alimentari. Il denaro veniva trasportato nelle scarpe con doppia suola. Accanto alle organizzatrici /staffette delle reti di supporto alle cellule partigiane vi è stato un numero significativo di vere e proprie combattenti. Donne che hanno partecipato ad imboscate, azioni di sabotaggio ed a scontri a fuoco. Ruolo il più delle volte minimizzato, facendo prevalere quello operativo di “staffette”. Ecco quanto riporta una di esse: Carla Capponi (una testimonianza del 1990) “Ero la stessa cosa dei miei compagni. Dormivamo nelle stesse baite, mangiavamo lo stesso cibo misero, combattevamo le stesse battaglie. La differenza era che io, se mi catturavano, rischiavo qualcosa di peggio della morte”…e non è difficile immaginare cosa. Da qui anche la consapevolezza della pericolosità del rischio corso e l’accettazione dello stesso.
A proposito della già citata Carla Capponi (Roma,1918-Zagarolo, 2000), è stata sicuramente una delle figure più importanti della Resistenza nella Capitale. Dopo l’armistizio si unì ai Gruppi di Azione Patriottica (GAP), diventandone un Comandante ed una delle principali protagoniste della guerriglia urbana. Partecipò all’attentato in Via Rasella (23.03.1944). Arrestata più volte, torturata, non tradì mai i suoi compagni di lotta. La prima Medaglia d’Oro al Valor Militare, per la resistenza ed autrice del libro “Con cuore di donna” Ed. Il Saggiatore – 2000. Più volte parlamentare nelle file del PCI, membro della commissione giustizia nei primi anni ’70 ed ha fatto parte del comitato di presidenza dell’ANPI fino alla morte (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). E solo per ricordarne alcune: Ada Gobetti (1902-1968) Comandante Formazione Azionista, Piemonte; Nilde Iotti (1920-1999) Organizzatrice Resistenza, Reggio Emilia. E giusto per riportare un po’ di numeri: da poche centinaia di unità, alla fine del 1943, sono state contate ben oltre 70.000, all’aprile del 1945, le donne attive nella Resistenza. Ad onor di cronaca come non nominare l’eroina di Napoli: Lenuccia / Maddalena Cerasuolo (1919-2009). Il 28 settembre 1943, mentre i tedeschi si accingevano a far saltare il ponte della Sanità, Lenuccia si lanciò sulle mine posizionate dai tedeschi e riuscì a rimuoverle, impedendone l’esplosione. Rimase ferita gravemente, ma evitò l’esplosione. Anche a Lei fu conferita la Medaglia d’oro al Valor Militare, una delle pochissime donne del Sud a ricevere tale Onorificenza. Ancora una volta si deve rendere GRAZIE alla Prof.ssa Antonella Colonna Vilasi per averci fatto conoscere una realtà, del passato, Si!… ma di cui godiamo ancora oggi i frutti. La lotta per la Libertà in cui tutti noi viviamo, ha avuto nelle Nostre Ave grandi artefici e protagoniste. Un Dono da tener conto e difendere nei tempi odierni, costi quel che costi. A Voi tutti l’invito ad approfondire la conoscenza di questo periodo storico, per rendere onore a chi, ha pagato con lacrime e sangue uno dei beni più preziosi per l’Umanità: La Libertà
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