La guerra invisibile dei potenti verso i sudditi spiegata da Marco D’Eramo nel suo saggio “Dominio”

Lo so, a nessuno piacerebbe un secchio di acqua gelata in pieno volto, eppure è proprio di questo che abbiamo bisogno per smantellare le narrazioni rassicuranti in cui siamo immersi quotidianamente e per svelare la brutale realtà che (dobbiamo prenderne atto) la lotta di classe non è un reperto archeologico, ma una guerra che i dominanti hanno vinto mentre noi smettevamo di combattere.
Questa “doccia fredda” è l’illuminante saggio di Marco D’Eramo uscito qualche anno fa “Dominio – La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi”.
Dimenticate i complottismi da scantinato. Il “Dominio” descritto da D’Eramo si muove alla luce del sole, nelle aule prestigiose di Harvard, Yale e Princeton. I soggetti che hanno finanziato e reso possibile la “rivoluzione” sono state le grandi Corporation statunitensi, che hanno dato vita a Fondazioni monumentali dotandole di ingenti capitali esentasse. D’Eramo lancia una provocazione amarissima: nel rapporto con queste istituzioni non siamo né cittadini, né elettori, né clienti, ma solo “supplici questuanti e riconoscenti beneficiati”, siamo tutti in fila — artisti, letterati, rettori, persino ministri — a mendicare un obolo da quelli che l’autore definisce, senza mezzi termini, “avvelenatori, inquinatori e narcotrafficanti legali”. Queste Fondazioni si collocano strategicamente e prevalentemente a destra, anche quando i loro progetti di beneficenza sembrano destinati ad aiutare i poveri. Il loro obiettivo non è di certo il benessere collettivo, ma è il mantenimento di un’egemonia capace di espellere ogni pensiero critico e impedire qualsiasi vera redistribuzione.
Uno dei punti più affascinanti del libro è il ribaltamento del concetto di strategia militare che ci mostra come la guerra moderna non si faccia solo con i droni o i carri armati, ma con la narrativa, e se le Fondazioni sono state il motore economico di questo “golpe silenzioso”, i “generali” che l’hanno pianificato sono i Think Tank. Questi laboratori di idee, apparsi in massa negli anni Settanta e Ottanta, hanno fornito l’arsenale intellettuale alla rivoluzione restauratrice. La loro funzione era fondamentale perché se a condurre l’attacco fossero state direttamente le Corporation, il carattere di scontro di classe sarebbe stato evidente e la reazione della società immediata. Il fatto che a farlo siano state istituzioni di “ricerca”, finanziando illustri professori universitari, ha permesso di non attivare gli anticorpi sociali e di diffondere indisturbati virus capaci di contaminare le idee.
Un esempio illuminante di questa strategia è l’istituzione del Premio Nobel per l’Economia. Pochi sanno che non si tratta di un vero Nobel. Fu inventato di sana pianta nel 1968 dalla Banca Centrale Svedese. Ammantandolo del prestigio di Stoccolma, si è data una parvenza di scientificità a teorie che, per trent’anni, hanno premiato quasi esclusivamente economisti funzionali all’agenda neoliberale “a partire da quel Milton Friedman che fu ispiratore e collaboratore del golpe cileno del 1973 e della conseguente dittatura di Augusto Pinochet”. Un colpo di genio che ha permesso di trasformare l’ideologia in una “scienza matematica” indiscutibile.
La vittoria di questa controffensiva non ha privatizzato solo ferrovie, scuole o sanità, ma “ci ha privatizzato il cervello”. Siamo stati convinti che, per dirla con Margaret Thatcher, “non ci sono alternative”, riducendo ogni problema sociale a una soluzione di mercato. Un processo che ha trasformato il cittadino nel falso e illusorio “imprenditore di sé stesso”. Ci hanno convinti che essere un rider di Amazon sia una libera scelta imprenditoriale, nascondendo lo sfruttamento dietro un trucco semantico. L’unica relazione umana rimasta è quella riferita al mercato, siamo così diventati solo clienti o fornitori, oppure concorrenti. Il martellamento sull’inefficienza dello Stato e la vittimizzazione strategica degli imprenditori – rappresentati come una specie in pericolo perseguitata dal fisco e dalla burocrazia – sono servite a vendere al pubblico l’idea di uno “Stato minimo”, “frugale”, che non deve mettere le mani nelle tasche dei cittadini, ma che di fatto abbandona i più deboli al proprio destino. Tagliare il welfare, la sanità, l’istruzione e le pensioni non è una necessità economica, ma una scelta politica precisa per smantellare i legami sociali, lasciando allo Stato le sole funzioni di ordine pubblico.
Se non ce ne siamo resi conto – argomenta D’Eramo – è perché nell’opinione cosiddetta progressista prevale la tendenza a sottostimare gli avversari, a rubricarne le vittorie sotto le voci “mal di pancia”, “esasperazione”, “risentimento”, “ignoranza”, non accorgendosi così delle tendenze di lungo periodo, come se i singoli successi della destra fossero alberi che ci nascondono la foresta.
La realtà amara è che abbiamo perso la capacità di indignarci, e Dominio non regala facili ottimismi. Dovremmo però imparare che i ricchi hanno vinto perché si sono mossi proprio come un “blocco storico” compatto, pianificando la loro rivincita per decenni con una pazienza infinita. “Nel 1947, i padri del neoliberismo dovevano quasi riunirsi in clandestinità, sembravano predicare nel deserto, proprio come noi ora” e hanno resistito per trent’anni prima di diventare egemoni. La nostra via d’uscita, la nostra “controrivoluzione”, richiede altrettanto tempo e passa attraverso la comprensione delle logiche del potere, dal rifiuto della neolingua neoliberista che ci fa pensare con le categorie che i vincitori hanno inventato per noi. Può essere innescata dal recupero della memoria storica di cui molti di noi sono ancora testimoni. Poi è ovvio, se vogliamo tornare a navigare in acque libere dobbiamo prima capire chi ha costruito la diga che ci tiene prigionieri e non si può che partire dai fondamentali: redistribuzione della ricchezza, giustizia e scuola perché, come diceva Rousseau, senza istruzione “non ci sono cittadini, ma servi; non c’è popolo, ma plebe”.
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