Il profumo delle ferratelle abruzzesi nel buio delle miniere del Belgio

Il legame moderno tra Abruzzo e Belgio si stringe drammaticamente nel dopoguerra. Con il celebre “Patto del Carbone” del 1946, quando l’Italia in cambio di approvvigionamenti energetici svendette migliaia dei suoi figli spingendoli a lavorare nelle miniere belghe. Tra i tanti migranti, una quota altissima proveniva dall’Abruzzo (che allora comprendeva anche il Molise). È un legame fatto di nostalgia e coraggio, che puzza di miniera ma profuma anche di anice e zucchero vanigliato, un profumo che si materializza in un oggetto di ghisa che in Abruzzo chiamano “lu ferre” e serve a preparare le fragranti ferratelle, e nelle cucine del Belgio si chiama il “gaufrier” per le gaufres. Due nomi diversi per un unico metallo che, nel buio delle miniere, divenne l’ultima bussola per non smarrire le proprie radici.
Portavano con sé valigie di cartone cariche di speranza e poche miserie, eppure, in molti trovarono lo spazio per infilare tra le coperte anche “lu ferre”, ma non era solo un vezzo culinario, piuttosto un vero e proprio atto di resistenza. In una terra straniera, dove il cielo era spesso oscurato dalla polvere e la lingua appariva come un muro insormontabile, il rito della preparazione del dolce riportava idealmente i migranti a casa.
Mentre gli uomini scendevano nelle profondità della terra a Marcinelle o Charleroi, le donne abruzzesi cercavano di ricreare un briciolo di normalità nelle cucine di alloggi di fortuna, nelle “cantine des italiens” o nelle case operaie. In questo contesto di povertà e fatica il profumo dell’anice e del limone, tipico delle ferratelle, iniziava a mescolarsi a quello del burro delle gaufres di Liegi. Il dolce divenne uno strumento di scambio, ma l’integrazione non fu un percorso immediato, poiché prima della metà degli anni Cinquanta, la vita degli Italiani in Belgio era segnata da una forte ostilità. I nostri connazionali venivano visti con sospetto e spesso subivano discriminazioni feroci. Erano chiamati spregiativamente “musi neri”, accusati di rubare il lavoro ai locali e non era raro imbattersi in cartelli infamanti appesi fuori dai locali che ne vietavano l’ingresso, “ni animaux, ni Italiens” dicevano. L’integrazione era un miraggio.
La storia cambiò tragicamente l’8 agosto 1956. Il disastro di Bois du Cazier a Marcinelle scosse profondamente le coscienze di tutta Europa. In quella tragedia persero la vita 262 minatori, dei quali una sessantina erano abruzzesi provenienti da paesi come Manoppello e Lettomanoppello. Di fronte a quelle bare e al dolore delle vedove avvolte nei loro scialli neri, l’ostilità si sciolse finalmente in un sentimento di pietà e rispetto. Il dolore delle vedove italiane, che attendevano notizie ai cancelli della miniera avvolte nei loro scialli neri, divenne il dolore di tutte le madri belghe. Da quel momento, gli Italiani non furono più solo “braccia da lavoro” e le due comunità, unite dal lutto, iniziarono a camminare insieme, trasformando quella diffidenza in una convivenza che oggi rende la comunità italo-belga una delle più integrate e rispettate d’Europa.
Ancora oggi il “ferro”, piccolo capolavoro di artigianato metallurgico composto da due piastre pesanti unite da un perno a forbice, rimane il cuore pulsante di questa integrazione. Tradizionalmente faceva parte della dote della sposa e recava incise le iniziali della donna o la data delle nozze. Ne esistono due varianti principali che definiscono il carattere del dolce: nella prima la trama è fitta e sottile, ideale per ottenere cialde croccanti simili a un’ostia dorata; nella seconda invece le fosse sono più larghe e profonde, permettono all’impasto di gonfiarsi e restare morbido così che le ferratelle assomiglino maggiormente alla gaufre belga che forse è quella ideale per essere farcita con la scrucchiata, la tipica confettura d’uva abruzzese.
Oggi, in molte zone della Vallonia, le comunità italo-belghe continuano a sfornare ferratelle, a casa e nelle feste di quartiere, seguendo le ricette delle nonne oppure innovando. Sono dolci semplici ma non sono semplici biscotti, è il racconto di un’ostinazione nata tra il fuoco del camino e il buio della miniera. In quel disegno a rombi resta incisa la mappa di un viaggio tra la Maiella e le miniere del Bois du Cazier, dove la dolcezza ha avuto l’ultima parola sul fumo del carbone.

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