Chi ha rubato il futuro ai giovani? (Spoiler: non sono i vostri nonni)

È vero, ci siamo un po’ abituati a ripetere che “…tutto va male, governo ladro!”, ma c’è una narrazione che sta diventando sempre più tossica, e mi disturba. È il mantra secondo cui tutti i guai del nostro Paese sarebbero dovuti all’irresponsabile “allegria” con cui i politici della Prima Repubblica hanno concesso pensioni facili e un welfare state smisurato. Questa vulgata spinge a credere che le vecchie generazioni abbiano vissuto al di sopra dei propri mezzi, rubando il futuro ai giovani e lasciando in eredità solo debiti. Io non credo sia così, i numeri lo smentiscono e se potessero parlare direbbero di un gigantesco esercizio di distrazione di massa costruito a tavolino con l’obiettivo preciso di trovare un colpevole di comodo, scatenare una guerra tra poveri e giustificare i tagli allo stato sociale portati avanti dalle élite economiche negli ultimi trent’anni.
LA TRUFFA DEL DEBITO E LA VERITÀ SULL’AVANZO PRIMARIO
La narrazione dominante colpevolizza i nonni per il debito pubblico accumulato in passato. Ma, pur non negando gli sprechi e le miopie di quella stagione, si tace un dato macroeconomico clamoroso e cioè che, dai primi anni Novanta a oggi, l’Italia è in avanzo primario quasi costante. Significa che, al netto degli interessi sul debito, lo Stato incassa dai cittadini in tasse molto più di quanto spenda per i loro servizi. Il welfare della Prima Repubblica non è stato il regalo di politici spendaccioni, ma il frutto di decenni di dure lotte sindacali e sociali. Il collasso dei servizi pubblici, dunque, non è l’inevitabile conseguenza di un passato troppo generoso, ma il risultato di un modello economico che ha preferito (e preferisce) spremere il lavoro e tagliare lo stato sociale per pagare gli interessi sui mercati finanziari.
I dati sulla distribuzione della ricchezza in Italia fotografano questa realtà in modo inequivocabile e svelano il risultato di scelte politiche precise condivise da governi di ogni colore. Nel 1995 il cinquanta per cento più povero del Paese deteneva l’11% della ricchezza complessiva, mentre oggi quella quota è franata sotto il 3%. Nello stesso identico periodo, l’1% più ricco della popolazione è passato dal possedere il 16% al detenere il 24% della ricchezza nazionale. Questa spaventosa polarizzazione è legata a una progressiva riduzione della tassazione sulle grandi ricchezze che ha smantellato il principio costituzionale della progressività fiscale previsto dall’Articolo 53.
CHI HA SMESSO DI PAGARE: LA RADIOGRAFIA DEI PRIVILEGI FISCALI
I provvedimenti legislativi degli ultimi tre decenni parlano chiaro e mostrano dove sia finita la ricchezza del Paese attraverso riforme mirate:
• Abbattimento dell’IRPEF: L’aliquota sui redditi più alti è stata ridotta dal 72% degli anni Settanta al 43% attuale, appiattendo la tassazione verso il basso.
• Tassazione della finanza: Poiché i super ricchi generano profitti soprattutto con i mercati finanziari, l’imposta sostitutiva fissa sui capitali è bloccata ad appena il 26%.
• Flat tax sugli affitti: La cedolare secca al 10% o al 21% sulle rendite immobiliari introduce prelievi inferiori all’aliquota IRPEF più bassa, per intenderci, molto meno di quella che colpisce un operaio.
• Il caso della tassa di successione: Azzerata nel 2001 e poi reintrodotta con franchigie enormi, oggi l’Italia incassa da questa imposta appena 1 miliardo di euro l’anno. Per capire l’entità del regalo ai grandi patrimoni, basta guardare alla Francia, che applicando criteri più equi incassa oltre 21 miliardi all’anno prelevati dalle tasche dei ceti più agiati.
• Flat tax per i miliardari stranieri: Introdotta nel 2017, la misura permette a persone molto facoltose che trasferiscono la residenza fiscale in Italia di pagare un’imposta sostitutiva forfettaria (fissata a 100.000 euro all’anno, poi elevata a 200.000 euro) su tutti i redditi prodotti all’estero, indipendentemente da quanti milioni o miliardi di euro abbiano guadagnato. Una misura pensata su misura per i super ricchi globali.
• Tagli alle imprese: Anche l’IRES, l’imposta sui profitti societari, ha subito una riduzione drastica passando dal 37% al 24%.
A questo bisogna aggiungere che mentre i grandi capitali venivano alleggeriti, lo Stato ha spostato il carico fiscale sui consumi quotidiani attraverso i rincari dell’IVA, passata al 22%. Una tassa profondamente regressiva che colpisce allo stesso modo il miliardario e il disoccupato, ma incide molto di più sulle finanze di chi ha redditi bassi, costretto a spendere tutto ciò che guadagna per sopravvivere. Per non parlare poi dell’immobilismo del catasto, che esenta nei fatti gli immobili di pregio nei centri storici dalle imposte sulle abitazioni di lusso, e poi ancora i provvedimenti ciclici di scudi fiscali, sanatorie e rottamazioni che permettono agli evasori di regolarizzare capitali illeciti con sanzioni irrisorie. Nel frattempo, salari bassi, inflazione e il fenomeno del fiscal drag hanno impoverito milioni di lavoratori, facendo crollare i consumi.
UNA TRAPPOLA MEDIATICA: LA GUERRA TRA PADRI E FIGLI
La rabbia dei giovani per il precariato selvaggio e gli stipendi da fame è sacrosanta, ma è indirizzata verso il bersaglio sbagliato. Indicare nei nonni i “ladri di futuro” significa cadere nella trappola tesa dalle élite economiche che gestiscono la ricchezza globale. È bene ricordare che solo se si conosce e si è individuato per bene qual è il vero nemico si può sperare di vincere. Se il vero avversario rimane occultato dietro la cortina fumogena dei media, la battaglia è persa in partenza. I giovani oggi corrono a fari spenti, cercano un nemico facile, a portata di mano, un nemico che il sistema serve loro su un piatto d’argento. Ma finché la rabbia rimarrà confinata in questa inutile guerra intergenerazionale, le élite economiche globali rimarranno intoccabili e protette dall’anonimato.
I giovani non dovrebbero biasimare gli anziani per i diritti che hanno avuto, ma prenderli come esempio e pretenderli per sé. La rabbia giovanile non può permettersi una logorante guerra tra padri e figli ma deve tornare a essere una sana, consapevole ed esplicita lotta di classe. Solo togliendo la maschera a quel nemico che siede nei consigli di amministrazione e nei palazzi delle grandi élite finanziarie si potrà cominciare finalmente a riconquistare welfare, dignità e futuro.
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