Le fiabe sono vere … Storia popolare italiana al MUCIV di Roma

«Le fiabe sono di natura migratoria: viaggiano nel tempo e nello spazio, attraverso secoli e continenti, ma anche attraverso gli strati sociali, descrivendo di volta in volta un itinerario di discesa o di ascesa, catturate nel circuito di una narrazione che si riproduce e trasforma incessantemente gli ascoltatori in narratori e viceversa». Con queste parole, tratte dal saggio Sulla fiaba, lo scrittore Italo Calvino svela la forza immortale e mutante del racconto popolare.
Ma da dove arrivano le fiabe? La loro origine si perde nella notte dei tempi, trasmesse oralmente di generazione in generazione e radicate nel folklore di ogni popolo. A raccoglierle e a studiarle per primi in modo sistematico furono due linguisti e filologi tedeschi: i fratelli Jacob e Wilhelm Grimm. Tra il 1812 e il 1857, attraverso una meticolosa opera di ricerca, essi diedero vita a una raccolta monumentale di fiabe, come Cenerentola, Hänsel e Gretel e Cappuccetto Rosso, che non solo le salvò dall’oblio ma le rese un patrimonio universale. Oggi, le fiabe continuano a evolversi, a intrecciarsi con il presente e a rivivere in nuove forme, come dimostra la mostra “Le fiabe sono vere… Storia popolare italiana” al MUCIV-Museo delle Civiltà di Roma, visitabile fino al 1° marzo 2026. Lungi dal presentarsi come una convenzionale rassegna di reperti, l’esposizione si configura come un’esperienza profondamente immersiva volta a ridefinire il museo quale dinamico spazio di incontro, partecipazione e inclusione. L’intento, come spiegato dal Direttore generale Massimo Osanna, è chiaro: rendere la cultura accessibile a tutti, rompendo le tradizionali barriere e invitando il pubblico a diventare parte attiva del racconto.
Il percorso espositivo è un vero e proprio viaggio tra passato e presente, guidato non solo da oltre 500 opere, ma anche da una fiaba originale scritta dalla narratologa Elena Zagaglia. Il protagonista, Elio, fa da Cicerone attraverso dodici sezioni tematiche che, ispirandosi alla struttura fiabesca calviniana, esplorano i luoghi della tradizione popolare: dalla selva al mare, dalla campagna al paese. Tra gli oggetti esposti si possono ammirare abiti, maschere, strumenti agricoli, ma anche fotografie e filmati, provenienti dalle più disparate località, dalla Papua Nuova Guinea alla Sardegna. Un mix che testimonia la ricchezza e la varietà delle tradizioni, e la loro sorprendente capacità di connettere mondi apparentemente lontani.
Ciò che rende “Le fiabe sono vere… Storia popolare italiana” un progetto di punta è la sua forte vocazione all’accessibilità: con un approccio che integra antropologia, design e pedagogia, l’allestimento è stato curato dallo studio Formafantasma per essere fruibile anche da pubblici con disabilità fisiche, sensoriali e cognitive. La mostra invita il pubblico a completare il racconto con le proprie “tradizioni viventi” – favole, storie, oggetti e ricordi da condividere con il museo – e per concretizzare tale iniziativa, lo spazio d’ingresso è stato trasformato in un laboratorio dinamico e interattivo che, per l’intera durata dell’evento, ospiterà attività e incontri destinati a scuole, famiglie e associazioni. In questo modo, il MUCIV si afferma non solo come un custode della memoria, ma come un luogo vivo, capace di generare nuove narrazioni.
«Quell’unica convinzione mia che mi spinge al viaggio tra le fiabe è che io credo questo: le fiabe sono vere». Calvino, con la sua inossidabile lucidità, ci pone di fronte a una verità scomoda: le fiabe non sono il passatempo sdolcinato per bambini che la modernità ha provato a farci credere. «Le fiabe sono vere», senza mezzi termini, e in questa apparente contraddizione si nasconde una critica feroce alla nostra cultura, troppo spesso smaniosa di archiviare come “infantile” tutto ciò che non è razionalizzabile o misurabile. Questo non è romanticismo fuori tempo massimo, ma una ‘chiamata alle armi’ per riscoprire il valore profondo del racconto. Le fiabe, infatti, sono i nostri manuali di sopravvivenza, i codici genetici della nostra cultura che, generazione dopo generazione, ci hanno tramandato verità scomode sulla vita, sulla morte, sulla lotta tra il bene e il male. Abbandonarle significa recidere le radici, voltare le spalle a un’eredità di saggezza collettiva che abbiamo il dovere di preservare.

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