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Dal “Gruppo ‘63” alle contestazioni giovanili del ‘68

Quando il Neorealismo giunse all’epilogo, venne attaccato anche dalla neoavanguardia degli anni Sessanta, un movimento che si generò dal frammentarsi di tutte quelle certezze del dopoguerra e da un diffuso disagio presente nell’Italia industrializzata. All’interno di una realtà fortemente avversa e caotica, la neoavanguardia vedeva la poesia come un aspetto della società ormai disgregata ed in preda al caos. Nacque così una nuova idea circa il rapporto ideologia-linguaggio che generò lo sperimentalismo nella narrativa e nella lirica. Durante un convegno a Palermo, nel 1963, un numero significativo di scrittori e critici, diede vita ad un gruppo, che prese il nome di “Gruppo ‘63” di cui fecero parte Umberto Eco, Lamberto Pignotti, Giancarlo Marmori. Lo spirito del gruppo era quello di produrre una nuova letteratura dal carattere provocatorio, contro il realismo e contrario alla realtà così come era strutturata. Elementi fondamentali erano la disgregazione dei linguaggi e l’uso del plurilinguismo, contestando il carattere del linguaggio “normale”, reputato falso e quindi da sventare, e la struttura sociale ed economica da cui derivava la comunicazione. La neoavanguardia ha sicuramente disgregato i dubbi dell’ultimo neorealismo, ma non si possono non ricordare quegli aspetti anarchici e non pertinenti che essa ha generato, in un contesto storico. Tra gli anni ’50 e ’60 esisteva una corposa crisi anche di linguaggio e della poesia stessa, in una società sconvolta e disorientata dalla macchina dell’industria che progrediva senza freni, ma la neoavanguardia non si concentrò certamente per contrastare quella cultura definita di dominazione presente all’interno dei meccanismi della struttura economica. Tale corrente di pensiero, non trovò consensi e si concluse durante le famose lotte del ’68 che richiamarono ad un impegno ben più gravoso dal letterario, cioè a quello politico e ad una forma di potere sicuramente acutissima, quella della fantasia. Attraverso le contestazioni delle generazioni degli anni ’68 e ’69, si condannava il sistema industriale nella sua totalità, proprio per gli effetti globali demolitori che esso generava. I “figli” di quegli anni, derivavano le loro idee da Herbert Marcuse, Theodor Adorno, Marx Horkheimer e Walther Benjamin. La protesta era indiscriminata e puntava a debellare le ideologie dello storicismo e del capitalismo, poiché, sostenevano, che la democrazia e la società dei consumi non potevano rappresentare la stessa cosa, e che il realismo non era la sola prerogativa del solo naturalismo, ma ogni poetica poteva tradurre in arte la forte tensione di un periodo sociale, deformando anche il reale. Oltre ai molteplici limiti riscontrati nel movimento del ’68, vi furono però aspetti positivi, quali i cambiamenti in ambito sociale e culturale, accantonando tradizionalismi, patriarcalismi e sessuofobie e, soprattutto, rappresentò la premessa delle lotte civili delle donne e dei giovani.

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