Il movimento del Surrealismo

Il critico d’arte francese André Breton, scomparso a Parigi nel 1966, è considerato il teorico dei principi fondamentali della corrente culturale del “Surrealismo”, metamorfosi del trend anti-arte elvetico “Dada”: il movimento, estetico ed umanistico, tende a divulgare una réalité plus onirica ed emozionale attraverso la riscoperta del sensazionale, la valorizzazione delle attività psichiche e il recupero della fantasia. Nel suo Manifeste du surréalisme del 1924, il saggista d’oltralpe definisce le tesi e i contenuti del movimento come la fenomenologia dei sogni, l’automatismo della psiche, la reviviscenza della fantasia della prima età e dell’inventiva puerile, la revoca delle argomentazioni dialettiche, e l’alienazione psichica quale sinonimo di realtà obiettiva. Le idee di Breton affondano le radici nelle concezioni freudiane del subcosciente umano, nell’Es dell’inconscio, nella psicologia del profondo: l’interpretazione dei sogni e le interconnessioni dei ritmi circadiani lo portano ad ipotizzare un’oggettività oltre la realtà, una “surrealtà” incondizionata. I processi neurofisiologici e psichici del sonno generano nell’essere umano illusioni esperienziali e allucinazioni sensoriali avvertite come tangibili e concrete, e l’artista trae ispirazione da questo vissuto trasformando in arte l’acquisita conoscenza della “realtà assoluta” mediante raffigurazioni iconologiche senza limitazioni imposte dal giudizio e dalla logica. Le posizioni bretoniane nascono dopo lo studio del saggio Die Traumdeutung (L’interpretazione dei sogni) dello psicoanalista di Příbor, dove si legge del contenuto manifesto del sogno e di quello latente, tematiche del paradigma del “Lavoro onirico” freudiano. Nell’arte nasce una sorta di stream of consciousness: quella che in letteratura è la tecnica narrativa del flusso di coscienza, nella pittura “surrealista” è il profluvio di figure non strutturate con raziocinio e coerenza, ma dipinte come illusioni, come proiezioni immaginarie, come parvenze chimeriche. L’artista non disconosce il disegno del fattuale privilegiando nuance e figure astratte, ma rappresenta una trasmutata realtà che assume aspetti onirici mediante insolite giustapposizioni o alterazioni e mutamenti: la visione illogica e paradossale di abbinamenti disorganici in un ambiente di per sé non conforme, o le trasmutazioni deformanti e caricaturali, generano nello spettatore percezioni inusitate che trascendono le comuni facoltà sensoriali. Il tema del sogno, criptico e misterioso, veniva utilizzato dai surrealisti per vincere logica e sistematicità: altri concetti sono rappresentati dall’amore e dal superamento delle norme sociali. Dal gioco di società del cadavre exquis è mutuata una tecnica dove i pittori surrealisti utilizzavano il proprio know-how disegnando a turno senza vedere ciò che era stato realizzato precedentemente, nel rispetto dei principi del succitato automatismo della psiche e del fortuito abbinamento di figure. Dallo stile dell’astrazione gestuale statunitense gli artisti ripresero il “dripping”, un procedimento dove l’opera pittorica veniva realizzata facendo stillare gli smalti direttamente sulla tela; sovrapponendo scampoli di multimateriali su un elemento di sostegno, i surrealisti utilizzarono il procedimento del “collage” per l’arte figurativa a due dimensioni e il sistema dell’“assemblage” per strutture in 3D; dall’Ellade classica ereditarono la metodica del “frottage”, un’antica tecnica di sfregamento su un supporto che delineava le parti prominenti di ciò che era al di sotto; ed infine il “grattage”, una procedura che l’artiere utilizzava per asportare tinte e colori al fine di far nascere variazioni del colour range e gradazioni di luci ed ombre. Alla corrente aderirono le firme più autorevoli del panorama artistico del Novecento: tra gli altri, gli spagnoli Joan Miró i Ferrà e Salvador Dalì, il belga René Magritte, l’elvetico Alberto Giacometti, e Max Ernst, nativo di Brühl. Nella foto in evidenza La persistenza della memoria, un olio su tela dipinto nel 1931 del 1º Marchese di Dalí de Púbol, e custodito nel Museum of Modern Art di Midtown Manhattan: l’artista ritrae un arido panorama rivierasco su cui campeggiano accostamenti razionalmente incoerenti e contraddittori: un poliedro, un basamento, un occhio umano chiuso, un arbusto, tre sveglie sinuose e ondulate, e un orologio pieno di formiche. Il pittore di Figueres pone l’accento sul carattere soggettivo della capacità umana di percepire il tempo, e di fronte a questa realtà, gli orologi cessano la loro funzione meccanica e razionale: conseguentemente si deteriorano, si decompongono, e marciscono attirando insetti.

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