Come combattere la “strenua inertia” #iostoacasa

“Saremo felici o saremo tristi, che importa? Saremo l’uno accanto all’altra. E questo deve essere, questo è l’essenziale.”
È quanto scrisse Gabriele D’Annunzio, esponente del decadentismo ed estetismo letterario italiano che, attraverso il suo celebre “vivere inimitabile”, fece della propria vita un’opera d’arte.
Mai parole più sentite in questo attuale momento per descrivere il profondo clima di angoscia che avvolge la nostra penisola, colpita dal Coronavirus, giorni questi in cui la routine quotidiana di ognuno di noi si presenta stravolta, diversa, attimi in cui è necessario cogliere il positivo da ogni circostanza, mantenendoci costantemente impegnati per non incappare nel “tedio” degli antichi, nella “strenua inertia” oraziana, il male del secolo, dovuta all’impaziente e angosciosa noia, l’inquietudine e l’insoddisfazione riportata nei versi delle sue Epistole, 1,11: “caelum non animun mutant qui trans mare currunt.
Strenua nos exercet inertia: navibus atque quadrigis petimus bene vivere. Quod petis, hic est, est Ulubris, animus si te non deficit aequus”, “cambia cielo, non animo, chi corre di là dal mare. Un torpore smanioso ci logora, noi che cerchiamo con navi e quadrighe la vita felice: quello che cerchi è qui, è ad Ulubre (un piccolo paese presso le paludi Pontine, popolato solo da ranocchi), se non ti manca l’equilibrio dell’animo.
Il poeta come noi non si sente al riparo, né i propositi di saggezza assicurano in lui la guarigione dall’insidiosa malattia, egli dunque si rifocilla nel proprio podere, dedicandosi alla vita di campagna, nell’angulus deputato al canto e alla saggezza, un po’ come noi che, pur non riuscendo a vedere come Giacomo Leopardi al di là della siepe l’infinitezza delle cose, possiamo solo immaginarla, sperando che i “sovrumani silenzi” ed il ricordo delle stagioni trascorse possano presto tornare e donare colore alle nostre vite zelanti, come una tavolozza di Kandinskij.

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