La Luna, cinquant’anni dopo Apollo 11

Era il 20 luglio 1969 quando l’astronauta Neil Armstrong mise per primo, nella storia dell’uomo, il suo piede sulla superficie rocciosa e polverosa della Luna che lasciò un’impronta perenne. Non appena si rese lucidamente conto della grandezza di quell’evento, disse: “Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità”. La frase, che da una distanza di trecentottantamila chilometri, viaggiò dalla Luna fino al Centro di Controllo nel Texas, è rimasta una delle più celebri della storia.
Ma come era iniziata l’avventura spaziale? Tracciamola per sommi tratti.
Il 12 settembre 1962, il Presidente John F. Kennedy, nominato professore onorario alla “Rice University” di Huston, durante la sua prolusione accademica, promise all’America ed al mondo che gli Stati Uniti avrebbero inviato un uomo sulla Luna, entro il decennio in corso. Dopo sei anni di studi, progettazioni, voli orbitali attorno alla terra, incidenti anche mortali, il 21 dicembre 1968 la NASA lanciò, dalla Base Spaziale di Cape Canaveral, in Florida, la missione “Apollo 8”, la prima a portare un equipaggio umano attorno alla Luna, costruendo serie, concrete e definitive basi per il futuro allunaggio. Frank Borman, James Lovell e William Anders furono, così, i primi uomini a conoscere il lato nascosto del nostro satellite e ad osservare la Terra nella sua interezza, vedendola sorgere all’orizzonte lunare, dopo uno straordinario bagliore. Anders immortalò, con una fotografia, quel momento magico. L’immagine dell’alba terrestre, “Earthrise”, è ancora oggi una delle più famose realizzate nello spazio ed un simbolo per tutti i movimenti ambientalisti che seguirono. Scattata alle 17,00 del 24 dicembre 1968, fu la prima a mostrare il nostro pianeta all’orizzonte di un altro corpo celeste. Anders non fu il solo a vedere gli attimi di quella magia. Anche se impegnati nelle varie attività di pilotaggio, se ne accorsero immediatamente il Comandante Borman ed il Pilota del modulo di comando Lovell.
Quella ed altre foto dallo spazio vennero mandate in onda durante una diretta televisiva, nella notte di Natale. In quell’occasione gli astronauti lessero, a turno, i primi 10 versetti del libro della Genesi. Borman presentò l’equipaggio ed ognuno cercò di spiegare quali sensazioni stava provando nell’orbitare attorno alla Luna. Per lui era “una vasta, solitaria, ostile distesa di nulla”. Lovell parlò di “una solitudine maestosa, che ti fa capire cosa ti lasci alle spalle sulla Terra”. Infine, il Comandante si congedò dal mondo, con queste parole: “E dall’equipaggio dell’”Apollo 8”, chiudiamo dicendo buona notte, buona fortuna e Buon Natale. E che Dio benedica tutti voi, tutti voi sulla buona Terra”. I tre “eroici” astronauti fecero ritorno il 27 dicembre, quando la loro navicella spaziale ammarò nel nord dell’Oceano Pacifico.
Tornando a quella storica immagine, nel 2003, essa fu inserita dalla rivista “Life” nella lista delle “100 fotografie che hanno cambiato il mondo”. Nel 1969 la U.S. Mail, il servizio postale americano, la riprodusse su di un francobollo che celebrava la “Missione Apollo 8”, come preludio all’imminente discesa sul suolo lunare. Per informazione, oggi è possibile riascoltare tutti i messaggi scambiati nel corso della varie missioni, fino a quella di “Apollo 17”, l’undicesima e ultima con equipaggio umano. Si tratta, in totale, di ben 19.000 ore di registrazioni, in formato WAV, recuperate e digitalizzate grazie a un progetto congiunto tra la NASA e l’Università di Dallas, nel Texas. L’iniziativa, in occasione del 50° Anniversario dello sbarco, ha voluto celebrare, come ha dichiarato il Capo Ricercatore John H.L. Hansen, “gli eroi dietro gli eroi, ossia gli innumerevoli scienziati, ingegneri e specialisti che hanno lavorato dietro le quinte del programma Apollo e lo hanno reso un successo”.
Un successo che ripagò gli Stati Uniti dei primi fallimenti nella corsa allo spazio. Una gara che, con lo “Sputnik 1” (4 ottobre 1957, primo satellite artificiale) e in seguito con Yuri Gagarin (12 aprile 1961, primo uomo nello spazio), aveva visto il predominio sovietico. Ma i Russi poi dovettero cedere il passo agli Stati Uniti. Anche se in piena “Guerra Fredda”, lo fecero con dignitosa rassegnazione. Da ferrei nemici, in quella circostanza si comportarono da “amici”, in una sorta di incredibile cooperazione.
Nulla, comunque, potè mai superare l’impatto emotivo che la frase di Armstrong, offrì a tutto il mondo, in quella notte del 20 luglio 1969, quel piccolo passo mosso lassù da un uomo che rappresentò un enorme traguardo per l’umanità. Kennedy aveva sostenuto che era stata scelta la Luna, come obbiettivo spaziale, “non perchè appare cosa semplice raggiungerla ma, al contrario, proprio perchè rappresenta un’impresa difficilissima, la più difficile e pericolosa che l’uomo ha mai affrontato”.
Certo, nella notte dello sbarco, non tutto andò alla perfezione. Poco prima che il mitico “LEM”, il modulo di atterraggio Apollo (Lunar Excursion Module), toccasse la superficie, Neil Armstrong avvertì il Centro di Controllo Missione della NASA, presso il Lyndon B. Johnson Space Center di Houston, della presenza di un “Program Alarm”. Buzz Aldrin, il secondo uomo che mise piede sulla Luna, anche lui seduto nel LEM, confermò. Dopo alcuni attimi di silenzio e preoccupazione, ricevuto l’”OK” dalla base, sul ripristino delle condizioni naturali, l’equipaggio atterrò. Non tutte le conversazioni furono, però, così drammatiche: in una si sentì, ad esempio, parlare di una competizione tra chi fosse riuscito a mangiare più porridge. “Vedrei bene Aldrin nella gara”, disse Michael Collins, il terzo astronauta della missione, quello che non scese, restando in orbita, “qui è alla diciannovesima ciotola!”.
L’”Apollo 11” permise il raggiungimento dell’obiettivo che John F.G. Kennedy aveva promesso, quello di portare un uomo sulla superficie lunare, prima della fine degli anni Sessanta.
Subito dopo il successo, Wernher von Braun, padre del razzo “Saturno V”, il più grande e potente mai costruito, che spedì i primi pionieri sul nostro satellite, aveva un piano per arrivare a toccare anche il Pianeta Rosso. Lo stop fu però granitico. Lo spazio era il grande sogno di Kennedy, non quello di Nixon.
E per fortuna, verrebbe forse da dire. Se andare sulla Luna fu sicuramente un grande costoso azzardo, non solo in termini economici, fare rotta verso Marte sarebbe stato sicuramente un imperdonabile suicidio.

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