Cattelan, opera d’arte o immagine?

Può una banana attaccata alla parete della galleria Perrotin alla fiera Art Basel Miami essere considerata un esempio artistico?
Ebbene è ciò che sostiene Maurizio Cattelan, l’artista di origine veneta, che negli anni Ottanta mosse le prime orme verso lo scenario artistico avanguardista di matrice novecentesca, fortemente permeato da eventi di “happening”, una vera e propria forma d’arte contemporanea caratterizzata da azioni provocatorie volte ad indagare il mondo delle “belle arti” attraverso la rappresentazione dell’effimero, il cangiante, il perituro. Autore di varie riviste tra cui “Permanent Food”, una raccolta fotografica di immagini provenienti da quotidiani di tutto il mondo riproposte in chiave dissacratoria; “Flash art”, rivista artistica pubblicata prima in versione bilingue inglese ed italiano e poi scissa ed infine il progetto editoriale prodotto al fianco di Pierpaolo Ferrari dal titolo “Toilet Paper”, catalogo espositivo sulla realtà pubblicitaria e le immagini da essa propinate.
L’arte di Cattelan è prima ancora di essere arte e quindi avere valenza figurativa, è azione, λόγος e straniamento compositivo, in cui l’autore siede alla destra dello spettatore partecipando attivamente al dibattito.
120mila dollari, questo il valore dell’opera, uno scherno nei confronti del mercato data la scarsa valuta, eppure in accordo con l’happening, essa non si focalizza sull’oggetto ma sull’evento che si vuole organizzare.
Un oggetto, una banana per la precisione, sottoposta al deperimento che quasi riprende la “Canestra di frutta” di caravaggesca memoria, stando lì, immota, non su un tavolo ma su una parete, e a scandire il tempo che passa solo l’etilene della buccia che accelera la maturazione.
Forse l’interrogativo maggiore è: può essere considerata arte?
Tenendo conto che per “arte” intendiamo qualsiasi attività umana che verta sulla capacità di esprimersi, allora tutto è arte. Ma è davvero arte un oggetto che non ha visto la fatica, la dannazione, la bramosia di essere prodotto, il sudore sulle tempie e la paura che si cela negli occhi che il prodotto non sia come convenga, o al tempo d’oggi senza accorgercene siamo noi il vero frutto dell’opera d’arte?
Vincent van Gogh diceva: “Non è il linguaggio dei pittori, ma il linguaggio della natura che si dovrebbe ascoltare, il sentimento per le cose stesse, per la realtà, è più importante del sentimento per le immagini”, e in una società dove ognuno di noi rincorre idoli, simulacri, la forma esteriore degli oggetti corporei, dal latino “imago”, spettro, ombra, rappresentazione mentale, le immagini diventano specchio, forse, di noi stessi.

Condividi questo articolo qui:
error
Stampa questo post Stampa questo post