L’arte cartografica a Napoli del Reale Officio Topografico

“Oggi si riconosce esplicitamente l’assoluto valore scientifico, tecnico, paesaggistico ed estetico delle opere del Reale Officio Topografico di Napoli, come principale matrice del maggiore ente cartografico ufficiale italiano, e cioè l’Istituto Geografico Militare.”
Così scrive in un articolo apparso sulla prestigiosa rivista L’Universo, edita dallo stesso IGM di Firenze, il Professor Elio Manzi dell’Università L’Orientale, il quale aggiunge più avanti che la soppressione dell’Ente napoletano “…rientrò in quella politica di affossamento colpevole delle istituzioni culturali del Mezzogiorno e di Napoli in particolare, onde avallare nei fatti la visione –non assoluta ma maggioritaria- della dirigenza sabaudo-sardo-piemontese di una Napoli e di un Mezzogiorno abitato da ignoranti, infingardi, ladri, corrotti e incapaci.”
Il rinvenimento delle pergamene aragonesi-napoletane e la successiva fondazione del Reale Officio Topografico nel 1781, segnano l’inizio di un luminoso e proficuo cammino per la cartografia napoletana, tanto che l’ente diverrà un importante punto di riferimento per tutte le istituzioni cartografiche europee.
Le rappresentazioni cartografiche in quel periodo stavano cambiando e una buona carta topografica, o geografica, oltre a rispettare l’esattezza metrica, doveva comunicare con immediatezza, attraverso un linguaggio chiaro e codificato, le caratteristiche del paesaggio rappresentato. A Napoli nel 1792 venne iniziata la stesura del primo atlante marittimo del mondo, un primato incastonato in un periodo (1785-1820) in cui viene realizzata la più bella cartografia europea grazie ai tanti mezzi messi a disposizione di artisti e studiosi da Ferdinando I di Borbone. Bellezza non necessaria dal punto di vista strettamente scientifico, ma assolutamente funzionale alla definizione di un linguaggio.
Provate ad immaginare l’operosità di tanti studiosi, geografi, cartografi, disegnatori, incisori che ruotavano attorno ai Quartieri spagnoli ove venne istituita la prestigiosa “scuola d’incisione” diretta dal cartografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. E provate ad immaginare quanta linfa vitale procurò all’economia del Regno, quante capacità si potettero sviluppare in termini di tecnologia per l’ideazione di strumentazioni all’avanguardia, e per la stampa delle opere di grandi dimensioni con la Cartiera di Stefano Merola di Traetto (oggi Minturno) in Terra di Lavoro, che divenne per questo una ulteriore eccellenza.
All’epoca dell’unità d’Italia, tutti i vari stati avevano sviluppato proprie carte topografiche, ma le opere più apprezzate e di maggiore pregio erano partenopee. I servizi cartografici del neonato Regno d’Italia confluirono nell’Ufficio Tecnico del Corpo di S.M. dell’Esercito Italiano, che divenne poi Istituto Geografico Militare con sede a Firenze. Il Reale Officio Topografico divenne dapprima una sezione staccata dell’Istituto fiorentino, poi nel 1879 venne definitivamente soppresso. Una grandissima perdita per Napoli da inserire nella più ampia, e generale visione miope che, come dice il Professore Manzi fu “… in gran parte scriteriata nei casi meno gravi, e costruita ad arte nei casi peggiori, per coprire ben maggiori avarie più o meno ufficiali, come ad esempio la spoliazione del tesoro pubblico delle Due Sicilie, e il soffocamento delle industrie d’avanguardia seppur protette dalla mano pubblica (protezionismo che si praticava tranquillamente anche nel Regno di Sardegna)”.

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