Il racconto del padre della ragazza schiacciata a Torino

Erika è stata uccisa dalla psicosi dell’Isis. Erika è una vittima dell’Isis. E’ quello che il padre della ragazza crede di aver capito, alla fine, dopo due settimane dalla sua morte. È stata vittima di una cosa terribile che sembrava lontanissima e invece era vicinissima. Lui e la moglie guardavano gli attentati in televisione e, come tutti, provavano paura. Ma li commentavano quasi con distacco. Sembrava impossibile che il terrore potesse colpire anche loro di quel paesino. Pomodori nell’orto davanti all’ingresso di una palazzina di due piani. La bandiera italiana e quella svizzera sventolano pigramente lungo la provinciale. Fra le montagne, di un verde intenso,  passa ogni tanto un treno ed è l’unico rumore nella valle. Giulio Pioletti, 70 anni, parrucchiere in pensione è il padre di Erika, la donna travolta nella ressa di piazza San Carlo a Torino, la notte della finale di Champions League fra Juventus e Real Madrid. La donna è morta giovedì 15 giugno, dopo dodici giorni di agonia.  Giulio Pioletti non ha rabbia. Al contrario, prova una profonda gratitudine verso i medici straordinari del reparto di terapia intensiva del San Giovanni Bosco, verso gli agenti della Digos, verso il Capitano dei Carabinieri, verso la Sindaca e il suo portavoce. Tutti sono stati vicini alla sua famiglia e hanno promesso il massimo impegno nel cercare di capire cosa sia successo veramente quella notte. Ringrazia anche le persone che hanno prestato i primi soccorsi a Erika in piazza, il 3 giugno. Pensa che forse avrebbero potuto mettere il maxischermo allo stadio. Se Erika avesse chiesto il suo parere, le avrebbe detto di non andare. Poteva guardare la partita a casa, come ha fatto lui. Era più sicuro. Ma crede che non gli avrebbe dato retta. Aveva 38 anni, era il compleanno del suo fidanzato, voleva accompagnarlo, anche se aveva paura. Perché Erika aveva paura della folla, della calca, della morte. Aveva come un presentimento. Era come se fosse chiamata a quell’appuntamento. Giulio afferma di non credere a questo genere di cose, ma è convinto che lei sapeva che sarebbe successo. Era molto preoccupata. L’aveva detto alla sua migliore amica e alla sorella. Frasi precise, a ripensarci dopo. Ha anche trovato una lettera di qualche mese addietro, indirizzata a sua moglie. “Se io muoio, scriveva, voi tre state sempre vicini. Siete meravigliosi”.   
Erika aveva chiamato la mamma alle cinque di sabato pomeriggio per dire che era a Torino.  Avvisava sempre quando era arrivata nei posti.  E per voce del suo fidanzato, i coniugi Pioletti hanno saputo che mancavano dieci minuti alla fine della partita e che lei voleva andarsene. Aveva chiesto di spostarsi dal centro della piazza verso il lato, perché sperava di essere più tranquilla, al sicuro. Ma proprio lì, all’improvviso, è arrivata l’ondata di panico che l’ha travolta. Il Comune aveva concesso l’uso della piazza, ma altri avevano organizzato la serata.  Pioletti descrive Erika come una ragazza magrolina, che voleva sempre sentire un abbraccio stretto, forte, sincero. Era una ragazza indipendente e orgogliosa. Era andata via di casa a 25 anni. Per i genitori era stata una mezza tragedia. Tanto che prima di andare a Domodossola, per vedere il suo appartamento, ce ne avevano messo di tempo. Erika lavorava come ragioniera da tredici anni, chiamata senza raccomandazioni, perché aveva voti belli ed era molto scrupolosa. Amava viaggiare. E più di tutto, voleva aiutare gli altri e fare del bene. Aveva frequentato il corso da infermiera, ma si commuoveva facilmente e stava male se vedeva il sangue. Come volontaria con la Croce Rossa, al primo intervento, in ambulanza, avevano dovuto soccorrere lei. Era molto emotiva, un po’ come il suo papà, che ricorda che quando passava lungo il corridoio d’ospedale e vedeva i suoi capelli sul cuscino, non riusciva a trovare la forza di avvicinarsi. Sua moglie è sempre stata con lei, dodici giorni e dodici notti. Giulio Pioletti vuole ricordarla com’era, come quando, ad esempio, andava da loro a pranzo. Ogni volta lui correva sul balcone e lei, prima di salire sulla sua Citroen, faceva ciao con la mano. Erika non aveva figli. Il suo sogno era quello di andare a trovare il bambino che aveva adottato a distanza. Il padre le diceva: “Ma in Africa ti faranno vedere un altro bimbo, uno a caso”. E lei: “No, papà, guarda che lo riconosco, sono sicura, ha una piccola cicatrice sul viso. Andrò a vedere proprio il mio”.  Quanti sogni spezzati per nulla.

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